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Dante Troisi

tufesi celebri


Dante Troisi


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Recensione de “I bianchi e i neri”di Dante Troisi
Di Cesare Carpenito

Sguardi. Fugaci, analitici, introspettivi sguardi lanciati sul mondo che lo circonda.
Questo il profilo immediato che si palesa al lettore de “I bianchi e i neri” di Dante Troisi ad una prima lettura; proseguendo, però, ci si rende conto dell’effettiva portata del libro che si sta sfogliando in quel preciso momento.
Troisi, magistrato proveniente dalla profonda provincia meridionale, irpino, tufese, sembra averci voluto lasciare un quadro completo della sua epoca, tratteggiandolo con schizzi impressionistici: ricordi legati alle sue esperienze di guerra, vecchi processi, interrogatori, sguardi e semplici riflessioni si fondono nel fluir delle pagine, mettendoci innanzi al più intimo sentire del giudice e dell’uomo.
Profonde, dunque, le riflessioni socio-esistenziali del Troisi, quanto profetiche alcune sue analisi che oseremmo definire “premonizioni”: all’inizio di un terzo millennio, nel corso del quale il “Grande Fratello” globale, capace di fagocitare uomini ed emozioni sacrificandoli quotidinamente sull’altare del business, dello share e, soprattutto, del “dio denaro”, spettacolarizza efferati omicidi e conseguenti processi al limite della decenza (ed anzi spesso infrangendolo), appare doveroso riportare il quarto paragrafo del nono capitolo dell’opera, intitolato “Da chiunque…”
Le stesse parole del Troisi, infatti, avranno la forza di “autopresentarsi”, rendendo del tutto superflua qualsiasi ardita perifrasi introduttiva.

“I grossi processi sono ormai uno spettacolo pubblico e manca soltanto la televisione per la ripresa diretta.
Pagine intere di giornali ci informano di come l’amante sopporta il confronto con la moglie legittima dell’imputato, delle loro gambe, della durata di uno svenimento, del numero di lacrime, del colore dei vestiti, la marca delle scarpe, l’ampiezza della scollatura, il nome e le reazioni delle personalità che seguono il dibattimento, dello sbadiglio del Presidente, del tipo di penna usata dal cancelliere…
L’indomani decine di migliaia di lettori , nei giardini pubblici, nel salotto buono, nell’ufficio, nel filobus, dal barbiere e dal dentista, divorano tutti questi particolari e diventano giudici della vicenda, conoscendo della vicenda le cose più insignificanti.
E di leggere, prima di andarsi a sedere nell’aula, sono ansiosi anche gli eroi della vicenda, imputati e offesi, giudici togati e giudici popolari, avvocati e testimoni, e chissà quante pericolose reazioni in costoro, per un’omissione, una notazione ironica, un’accorta adulazione, e com’è facile che restino prigionieri del personaggio costruito dal cronista, l’attenzione tesa solo a bene inserirsi nella scena.
Per noi di provincia, avvocati e giudici, questi processi celebri sono invidia e tentazione.
Come giustificare, altrimenti, l’avvocato che ci conosce da anni, ogni giorno ci incontra per le strade, e all’improvviso, in aula, ci chiama <<eccellenze>>; come spiegarsi in un’aula deserta la sua minaccia di abbandonare la difesa quando il nostro collaboratore sa benissimo che faremmo festa se davvero se ne andasse; a cosa attribuire se non all’ispirazione di imitare il Maestro di turno nella cronaca, il gesto di spalancare le braccia e poi serrarci al petto per sentire l’innocenza del suo cliente…
E fanno invidia a noi giudici, che raramente vediamo il nostro nome stampato nella cronaca locale, e diventiamo gelosi degli imputati che fanno storia nazionale e offrono occasione di una carriera più rapida.”

Il giudice Troisi scriveva tutto ciò durante la metà degli anni Sessanta…
Quante cose, da allora, sono cambiate, si direbbe rifacendosi ad un facile topos: ma è davvero così?
Non è, invece, semplicemente accaduto che gli insaziabili germi del sensazionalismo, della spettacolarizzazione e di una curiosità a dir poco morbosa non hanno fatto altro che moltiplicarsi a dismisura, contagiare la morale nazional-popolare, intrufolandosi nella coscienza comune?
Al contempo, sempre più scomoda è divenuta la figura del magistrato e, più in generale, della stessa istituzione della magistratura, presentata da più parti come un’ autarchica lobby dotata del potere di discernere il bene dal male, pubblicamente troppo spesso attaccata proprio da quelle massime cariche istituzionali che dovrebbero consacrarne l’innata natura “super-partes”.
Troisi, al primo paragrafo del settimo capitolo, intitolato “Quando dovrà giudicarci…”, ci pone innanzi allo struggimento interiore legato all’esercizio del giudizio:
“(…quando dovrà giudicarci, Dio stesso si troverà a disagio, tanto abile è la commistione di bene e male, così perfetta la nostra tecnica dell’approssimazione all’uno e all’altro estremo. Ogni giorno ci adoperiamo ad intricare il processo che ci aspetta, mescolando ignavia e coraggio, angoscia e superbia e umiltà, sicchè l’esistenza diventi un groviglio inestricabile, e soprattutto non sia più di un crepuscolo: se verso la notte o il giorno, toccherà di interpretarlo al Signore.
Il quale, certamente, non vorrà degradarsi, competere con noi, giocolieri del compromesso, ed esigere un rendiconto: ci lascerà passare, scrollandosi nelle spalle.)”
Troisi decise di vestir la toga , sobbarcandosi di tali responabilità, fiducioso nella ricerca di quello che amava definire un “Nuovo Ordine”, la cui ansiosa ricerca cominciò a maturare già negli anni della seconda guerra mondiale (come è possibile leggere nel primo capitolo), “un Ordine che non conoscesse più distinzione tra i bianchi e i neri, tra i potenti ed i sudditi, tra soggetti ed oggetti della storia del proprio tempo”.
In questo suo diario, però, il Troisi riflette tristemente sulla società che, dal suo osservatorio “privilegiato”, gli si palesa davanti, portandolo a sentirsi “a momenti persino più bianco di allora”, sebbene ancora in un paese popolato di neri, “un paese che trasuda fanatismo, eppure non ha un fremito per tutto ciò che non sia materiale e palpabile;… che al suicida offre una momentanea inefficace attenzione, e per un assassino o un malversatore forma comitati permanenti per reclamarne la liberazione;… che rischia la guerra civile se il parroco modifica il percorso della processione, e non leva una voce di protesta se lo stesso parroco li insulta come elettori infedeli…”
Quante cose sono cambiate da allora ci verrebbe da dire…ma è davvero così?
Col mutare dei tempi , dei costumi, dei governi, sembra palese l’immobilismo socio-culturale di un’Italia impantanata nei propri peccati originali, spesso incapace di dare una vera svolta al proprio modus vivendi.
Ad oltre sessant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, che vide Troisi impegnato in Africa, segnandolo per tutta la sua esistenza, siamo ancora alla disperata ricerca di un “Nuovo Ordine”, quella concordia sociale che rappresentò una irraggiungibile chimera e presente delusione nella vita del magistrato-scrittore tufese.
Passano i giorni, le stagioni, gli anni, ma l’Italia si riscopre sempre nuda dinanzi allo specchio, nella terribile certezza di essere condannata a rimaner divisa in fazioni, dilaniata dallo scontro esistenziale fra sempre meno bianchi e, conseguentemente, sempre più neri, più o meno consapevolmente disinteressati al raggiungimento di quel “Nuovo Ordine” tanto auspicato e perseguito dal Troisi uomo, prima che giudice.

Cesare Carpenito


foto della manifestazione di dedica della lapide in onore di Dante Troisi e apposta sulla casa natale il 10/06/2000






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