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tradizioni vive e perdute
Tufo, i falò di Santa Lucia
di Cesaren Carpenito
<<…Stavolta stette zitto, sporgendo le labbra, e soltanto quando gli raccontai di quella storia dei falò nelle stoppie, alzò la testa. – Fanno bene sicuro, - saltò. – Svegliano la terra …>>*(1).
Nella mia Terra, la notte del dodici dicembre, vigilia della festa di Santa Lucia, i rioni, da tempo ormai immemorabile, s’illuminano, riardendo alla calda luce dei “focaracci”*(2). Si ripete così annualmente il culto della nobile ragazza siracusana che, all’epoca delle persecuzioni di Diocleziano (304 d.C.), rifiutò le nozze con un pagano cui era stata promessa, al fine di mantener fede ad un voto fatto a Sant’Agata per ottenere la guarigione della madre consistente nel rimanere vergine e distribuire tutti i propri averi tra i poveri; denunciata poi dal “promesso sposo” al prefetto Pascasio, fu sottoposta a terribili torture, dalle quali sarebbe uscita indenne grazie all’intervento divino, sopravvivendo addirittura al rogo ordinato dallo stesso Pascasio, finchè non ottenne “la corona del martirio”, “tornando alla casa del Padre” trafitta da una spada. Nel culto popolare dell’accensione dei falò, palese è la ricontestualizzazione di riti pagani: le origini della festa rimandano ad un’ancestrale ritualità coincidente con il solstizio d’inverno, un momento di forte ansia e timore per l’uomo antico, che vedeva il progressivo affievolirsi della luce del sole, fonte di calore e vita ; per aiutare l’astro a recuperare il vigore, si accendevano grandi fuochi. Forte era anche il legame con la terra, la quale sembrava rinascer a vita nuova liddove si era svolto il rito del falò. Viene poeticamente rappresentata dal Pavese, nella sua opera ultima “La luna e i falò”, la ferma fiducia nell’ignoto da parte dei figli di una “certa cultura popolare”: “Eppure, disse lui, non sapeva cos’era, se il calore o la vampa o che gli umori si svegliassero, fatto sta che tutti i coltivi dove sull’orlo si accendeva il falò davano un raccolto più succoso, più vivace”. Il rapporto di tale ritualità con il solstizio d’inverno, è paradigmaticamente fissato nel detto : “Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia” . Va senza dire che, oggi, questa massima popolare non trova alcun riscontro nella realtà, dato che il solstizio cade il ventuno dicembre. Facendo bene i conti, si capisce che il detto risulterebbe veritiero intorno al 1200: se il nostro proverbio, dunque, fosse nato all’incirca all’epoca di Dante, quell’evento si accorderebbe perfettamente con il calendario del tempo, ed il divario fra il fenomeno astronomico e la data a cui tale fenomeno è associato troverebbe spiegazione chiara e coerente.
Il culto di Santa Lucia, dapprima localizzato in Sicilia, si diffuse successivamente nel resto d'Italia e in Europa, ed oggi, è molto vivo soprattutto nei paesi del Nord dove, per la tradizione popolare, Santa Lucia (il cui nome, forse non a caso, deriva dal latino "lux" che significa "luce") è festeggiata come portatrice della luce che annuncia la fine delle tenebre invernali. Per quanto riguarda la festività è certo che il suo nome fu inserito nel calendario, alla data del 13 dicembre (che sembra coincidere con quella del suo martirio), nel V o VI secolo. Evidentemente il riferimento astronomico, come abbiamo visto, venne associato a quel nome (e a quel giorno) solo in epoca successiva
In alcune località, (a dir il vero, più nei tempi passati, ovvero prima di quel processo di globalizzazione che ha portato ad un’ omologazione finanche dei personaggi mitico-tradizionali), Santa Lucia, la notte tra il dodici ed il tredici, era “dispensatrice di strenne tra i bimbi più buoni”.
I “focaracci”, però, resistono ancora tra le contrade del mio paese, forse in numero minore, ma ancora, al puntuale rintocco dell’orologio delle nostre origini rurali, sempre in bilico tra sacro e profano, ritornano ad illuminare e scaldare la notte di quella festa che, forse ancor più dell’Immacolata Concezione, inaugura l’arrivo delle feste natalizie.
Non ci sono più le grandi adunate intorno al fuoco con salsicce, letteralmente appese su lunghi fili “da un lampione all’altro”, sempre presenti nei racconti dei più anziani ma, è pur vero, che quelle grandi feste erano anche figlie di una società diversa, in cui i semplici contadini, divenuti minatori, godevano finalmente di uno stipendio fisso, e di qualche “finanza” in più, cogliendo dunque l’occasione di una serata tra amici, intorno a quel “fuoco propiziatorio”, per darsi a grandi abbuffate che, forse inconsciamente, altro non rappresentavano che un’ esorcizzazione di tutti quegli anni di stenti e miseria: cibo e vino in abbondanza, tra danze e canti, immortalavano “il benessere” di una società figlia del sacrificio, al contempo cercando di allontanare il triste ricordo di quei tempi, scongiurandone il ritorno.
<<…E fu allora che Nuto calmo calmo mi disse che superstizione è soltanto quella che fa del male, e se uno adoperasse la luna e i falò per derubare i contadini e tenerli all’oscuro, allora sarebbe lui l’ignorante e bisognerebbe fucilarlo in piazza. Ma prima di parlare dovevo ridiventare campagnolo. Un vecchio come il Valino non saprà nient’altro ma la terra la conosceva…>>.*(3)
NOTE
*(1) – Da “La luna e i falò”, Cesare Pavese, 1950.
*(2) – Vengono così definiti i “falò” nel dialetto di Tufo; abbiamo attestazioni, nei paesi limitrofi, di forme alternative, quale “focaroni”; in molti altri paesi della zona però (es. Pratola Serra), i falò vengono accesi la sera del tredici, al passaggio della Santa per le strade del paese.
*(3) – Idem 1 .
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