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la storia secondo i tufesi
Intervista a Pasquale Buonomo, membro del Comitato di Liberazione Nazionale (sez. di Tufo)
Di Cesare Carpenito
Troppo spesso, e forse con ovvie e giuste ragioni, la storiografia ufficiale si sofferma ampiamente su quelli che furono i fatidici giorni che seguirono all’ “Otto Settembre” al Nord della linea gotica, tralasciando gli effetti di questa straordinaria “rivoluzione” socio-politica nel Sud Italia, avvolgendo in una fitta coltre d’oblìo le tante storie dei nostri piccoli centri meridionali.
Il nostro intento, dunque, è proprio quello di andar a scavare tra le pieghe di una “storia minore” eppur anch’essa alla base della nascita della nostra “Repubblica democratica fondata sul lavoro…”.
Abbiamo ascoltato, a tal fine, la voce di uno straordinario referente irpino: Pasquale Buonomo, nato il lontano quindici di agosto del 1914 a Tufo e, tra l’altro, rappresentante e firmatario del “Partito Socialista Italiano” nel Comitato di Liberazione Nazionale nato nella “Città del Greco”.
L’AVVENTO DEL FASCISMO
Il racconto di Pasquale Buonomo (per tutti, a Tufo, “Zì’ Pasquale”), parte dagli anni della sua adolescenza, coincidenti con l’affermazione nel Belpaese dei gerarchi del Fascio Littorio.
A Tufo, come in tutta la Penisola, l’inizio degli anni Venti, come ho potuto più volte sentire nei racconti di mio padre, ha rappresentato l’epoca della grande contrapposizione politica tra i fascisti della prima ora e i nazionalisti (ovvero i monarchici).
Tanti sarebbero gli episodi da citare riguardo quel periodo – sottolinea il signor Buonomo – ma ne voglio segnalare uno in particolare.Durante un comizio dell’allora sindaco di orientamento monarchico, svoltosi nella piazza principale del paese, vi furono una serie di forti provocazioni da parte dei fascisti, che culminarono in una vera e propria aggressione al sindaco da parte del loro leader, il quale cercò di strappargli la fascia tricolore dal petto: a quel punto un vigile, al fine di sedare gli animi, estrasse la pistola.In breve in piazzà scoppiò il panico, ma il tutto si risolse subito dopo.Questo clima rovente aleggiò per il paese in un continuo crescendo finché, il ventotto ottobre 1922, Mussolini compì la storica “Marcia su Roma”.
Nel nostro paesello fu nominato podestà Fiore Bottiglieri e, sinceramente, soprattutto sul piano nazionale, i primi anni del Fascismo sembrarono portare solo “giovamenti” ma, successivamente, il Duce si imbarcò in una serie di campagne militari per le quali l’Italia non era affatto pronta: si trattava di sforzi bellici ben al di là delle nostre possibilità.
LO SCOPPIO DEL CONFLITTO
Il signor Buonomo, come mi racconta con grande ricchezza di particolari, partì il nove giugno del 1940. - Il dieci scoppiò la guerra – sottolinea – la notizia ci giunse mentre ci stavano ancora distribuendo le divise.-
Sarebbe cominciata, di lì a poco, un’Odissea che lo avrebbe portato, insieme al battaglione di bersaglieri di cui faceva parte, prima sul fronte francese, poi a Ferrara, a Brindisi, in Albania (prima sul fronte greco e , poi, su quello montenegrino, sul quale “presero” Ragusa) e, al ritorno in Italia, in Calabria, sull’Aspromonte e,infine, sulla Sila.
E’ qui che la storia del bersagliere Buonomo giungerà ad un importante svolta.
Con l’approssimarsi delle festività pasquali, chiesi ai miei superiori una licenza di tre giorni (dal Venerdì Santo a Pasqua) più due necessarii al viaggio.Ottenutala, mi recai alla stazione di Crotone, da dove sarei dovuto partire e, proprio lì, incontrai un altro militare irpino, più precisamente di Petruro, che ben conoscevo, dato che suo padre lavorava presso le Miniere Di Mazro di Tufo.
Avendomi riconosciuto, ed essendo venuto a conoscenza della mia imminente partenza, mi affidò una lettera per suo padre.
Appena giunto a Tufo, ovviamente dopo aver finalmente riabbracciato i miei cari, decisi di portare la lettera al destinatario presso la Miniera di zolfo.
Una volta lì, riconosciuto dal direttore dello stabilimento, il quale si intrattenne a chiacchierare con me, ricevetti una straordinaria proposta: avrei potuto ottenere l’esonero grazie alla sua intercessione.
Non smetterò mai di ringraziare quell’uomo: agli inizi di giugno infatti, grazie al suo intervento, ottenni il tanto sospirato esonero, e tornai a Tufo nel giorno quattro, incontrando, al mio rientro, la processione del “Corpus Domini”.
Decisi di seguirla in segno di devozione, ancor prima di rientrare a casa>>.
LA LIBERAZIONE
Giungiamo finalmente al momento cruciale della nostra piccola grande storia “di provincia”: i giorni della “Liberazione”.
Le truppe alleate entrarono a Tufo il ventinove settembre - attraverso il percorso tracciato dalla linea ferroviaria - , come ci informa il signor Buonomo.
I tedeschi, in ritirata, spararono vari colpi di mortaio, facendo anche una vittima, - una signora della frazione Santa Lucia -, e facendo saltare in aria -’O ponte ‘e fierro” - e altri importanti punti di collegamento.
Noi tufesi, finchè le acque non si calmarono, ci ritirammo nelle campagne della zona, al fine di scampare ai bombardamenti.
Io e la mia famiglia ci nascondemmo a San Paolo (ndr. una delle frazioni di Tufo) e, da quelle alture, era possibile, e al contempo terribile, poter distinguere chiaramente il bagliore delle esplosioni e le lingue di fuoco dei lanciafiamme, usati dagli americani soprattutto per attraversare le gallerie le quali, altrimenti, si sarebbero trasformate in ottimi punti per eventuali imboscate da parte dei tedeschi.
L’avanzata americana si protrasse fino alla località, nei pressi di Altavilla Irpina, chiamata Ciardelli.
A quel punto, tutti ritornammo in paese.
E’ da sottolineare, tra l’altro, che poche o nulle furono le violenze nei confronti della popolazione sia da parte degli americani che dei tedeschi, i quali, al massimo, si limitarono a sottrarre i pochi beni alimentari ancora nascosti in qualche casa: salumi, vino e, addirittura, interi maiali-.
Ritornati in paese, dunque, la vita, seppur “forzatamente”, doveva continuare e, contestualmente, si doveva tornare a lavoro.
L’intera comunità sembrava essersi svegliata di soprassalto da un brutto incubo che, stranamente, aveva però lasciato reali ferite al mattino.
E’ in questo particolare contesto che Pasquale Buonomo parteciperà alla nascita del locale Comitato di Liberazione Nazionale.
-Tornato a lavoro, fui inviato, insieme ad un collega, a “fare la pozzolana”.
Mentre stavamo portando a termine il nostro compito, fummo raggiunti dal signor Iennaco, il quale ci invitò ad una riunione per discutere, appunto, della nascita del Comitato di Liberazione anche a Tufo.
Il mio collega non se la sentì di prender parte a quell’assemblea, ma io, più deciso che mai, mi ci recai comunque.
In quella stanza eravamo in una quindicina di persone: il punto era scegliere i quattro firmatari rappresentanti dei quattro maggiori partiti impegnati nella Liberazione, ovvero il Partito Socialista Italiano, il Partito Comunista Italiano, la Democrazia Cristiana e la Democrazia del Lavoro.
A firmare fummo io per il Partito Socialista (nel quale aveva militato, ovviamente prima dell’avvento del regime, anche mio padre) e, per gli altri partiti Antonio Di Vito, Fiore Nigro e Alberigo Barile.
La sezione del Comitato fu subito inaugurata all’interno di quella che, fino ad allora, era stata la sezione del PFN, in virtù della decisione, presa a livello nazionale, di far passare tutti i locali del partito Fascista alle varie sezioni locali del Comitato di Liberazione.
Il secondo passo da compiere – ci racconta il signor Buonomo – fu quello di trasformare il Sindacato Fascista in Sindacato Democratico e, anche in quell’occasione, fui tra i firmatari, stavolta insieme a Celestino Luciano, Alfonso Di Dio e Angelo Cennerazzo.-
Giunse poi quello che, ovviamente, rappresentò il passaggio puù delicato nella prima fase di democraticizzazione degli enti: l’allestimento di una giunta.
Ci giunse l’ordine di scegliere quattro assessori ed un sindaco.
La scelta degli assessori sarebbe stata interna alle singole sezioni di partito, mentre il nuovo sindaco sarebbe stato scelto da tutto il comitato.
Io fui nominato assessore dal Psi, ottenendo sessantadue voti su settantacinque iscritti; gli altri assessori furono Fiore Nigro, Antonio Di Vito e Michele Ciampi, il quale fu scelto in quanto “rappresentante” della frazione di San Paolo (che allora contava circa trecento-trecento cinquanta abitanti) sebbene non fosse iscritto a nessun partito.
Ora ci aspettava la scelta più difficile: quella del sindaco.
Dopo lunghe riflessioni, però, decidemmo di far ricadere la nostra scelta su quello che, fino ad allora, era stato il podestà di Tufo, ovvero Placito (detto Placentino) Florio, il quale aveva sostituito il primo podestà tufese Bottiglieri.
Ci rendevamo conto che poteva essere una scelta discutibile ma, d’altro canto, si trattava di un uomo degno di tutto il rispetto per ricoprire quella carica e, tra l’altro, mai aveva perpetrato soprusi nei confronti della popolazione.
Dopo poco tempo, comunque, per raggiunti limiti d’età, Placito Florio decise di dimettersi e, dunque, cadde automaticamente anche la nostra giunta, la quale fu subito sostituita da una nuova giunta composta da Michele Buonomo (mio fratello), Giuseppe Grosso, Giuseppe Zuzolo, Giuseppe Di Vito ed Alberigo Barile come sindaco.
Fu questa la giunta che guidò il paese fino alle elezioni del 1946, valide per la Costituente, le quali conferivano un mandato di due anni agli eletti, in vista di quelle che sarebbero state le prime vere e proprie elezioni “generali” dell’Italia libera nel 1948. -
La redazione de “Il Corriere dell’Irpinia” ringrazia vivamente il signor Pasquale Buonomo per la gentile collaborazione e la disponibilità dimostrata nel corso dell’intervista rilasciata al sottoscritto in data 23 gennaio 2009.
Di fondamentale importanza, infatti, è risultata la sua ampia e dettagliata testimonianza storica al fine di riscoprire tasselli della nostra microstoria irpina.
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