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la storia secondo i tufesi
Incendio in miniera…
di Cesare Carpenito
Ci sono pagine della storia della nostra terra che il tempo ha relegato nell’oblìo ma che, scrutando bene, è ancora possibile leggere nello sguardo di chi è rimasto indelebilmente segnato dal lento scorrere della vita.
Tra quelle pagine della memoria irpina, ormai ingiallite, è relegato anche il ricordo di una drammatica giornata della storia di Tufo, risalente all’inizio degli anni Cinquanta: l’incendio alle “Miniere di Marzo”.
Cesare Carpenito, operaio presso le miniere di zolfo tufesi dal 1946 al 1984, conserva ancora ben impressi nella memoria i momenti di paura di quel giorno: <<Ricordo bene che mi trovavo a lavoro lontano da dove si sarebbe poi verificato l’incidente poiché, essendo meccanico, svolgevo le mie mansioni in superficie.
All’improvviso si sparse la voce che c’erano grossi problemi nel sottosuolo e cominciammo a correre verso l’ingresso delle gallerie: c’era molto fumo e gli operai presenti sul luogo, tra cui mio suocero, Michele Di Pasqua, che a quell’epoca ricopriva il ruolo di “arganista”(1), ci spiegarono che nelle gallerie doveva essersi sviluppato un incendio e che qualcuno era rimasto bloccato, poiché il martelletto (2) continuava a suonare.
In attesa dell’arrivo dei soccorsi cercammo tutti di renderci utili, ma la situazione era davvero drammatica e l’arrivo dei pompieri non migliorò di certo le cose.
Appena sopraggiunti all’ingresso della galleria, infatti, quelli che “sarebbero dovuti essere” i soccorritori, si mostrarono subito spaventati; uno di loro, il più alto, lo ricordo bene, chiese quanto fosse profonda la galleria e saputo che, per raggiungere la zona interessata dall’incendio, sarebbe stato necessario percorrere circa un centinaio di metri, per di più “calati”, come usavamo dire noi, si mostrò subito preoccupato ma, come preso da un sussulto d’eroismo, si lanciò, lui solo tra tutti i pompieri, nella galleria, porta d’entrata di quell’inferno, portando la bombola d’ossigeno sulle spalle.
Sembrava deciso a salvare da solo i minatori intrappolati nel sottosuolo ma, dopo nemmeno dieci metri di discesa, tornò sui suoi passi, proferendo una sentenza che, per tutti noi, risultò più pesante di un macigno: “Si nun si po’ fa, nun si po’ fa!”.
Fu solo il gesto eroico di due nostri amici e compaesani, Gennarino Barbaruolo e Ranieri Luciano, due giovani sui trent’anni che, pur di salvare i compagni imprigionati dalle fiamme, si lanciarono nelle gallerie, rischiando di non uscirne mai più>>.
Il gesto di quei lavoratori, rimasto impresso nella memoria di tutti i minatori, quale paradigma di coraggio ed altruismo assoluti, veniva ricordato, in un’ intervista del 24 febbraio 1983 raccolta dal noto studioso tufese Gaetano Troisi, anche da Michele Moccia: <<Alle parole del pompiere accadde qualcosa…Un minatore, che era presente, Gennaro Barbaruolo, esclamò –Sangue della Madonna!- Si mise la maschera e si buttò in discesa, vide dove il fuoco bruciava e salì sopra; afferrò un secchio d’acqua, scese ancora giù, e spense la corona di fuoco che s’era formata intorno alla roccia dove l’operaio di prima aveva messo il lume(3).
Quando fu in mezzo a noi, disse: -Non so se ho spento il fuoco, ho gettato l’acqua così…-A poco a poco, però, l’ aria della miniera si fece più fresca.
Dopo un certo tempo un altro minatore, Enrico Capone, si fece avanti e si offrì per la verifica. Indossò la maschera e scese al sesto livello. Laggiù vide che il fuoco era davvero spento. (…) Uno dei pompieri si lanciò nella galleria, scese fino in basso e tornò in superficie con uno sulla spalla, l’altro trascinandolo per terra: erano Antonio Zuzolo e Giovanni Guerriero. Il terzo, Peppe Campanile, era uscito poco prima da solo, a piedi>>.(4)
Dei tre sfortunati minatori coinvolti nella vicenda, solo uno non ce la fece, dopo mesi di sofferenza: Antonio Zuzolo.
“Vox populi” vuole che, la salute già cagionevole di Zuzolo, oltre al fumo di quell’incendio dovette subire anche un altro duro colpo, la malcelata felicità di molti minatori, per lo più originari di paesi limitrofi, che salutarono con felicità l’incidente, poiché vedevano in Zuzolo uno dei colpevoli dei licenziamenti del 1948 che coinvolsero, tra gli altri, molti loro compaesani; in realtà tra i minatori interessati da quell’ondata di licenziamenti figuravano anche molti tufesi, poiché furono elaborati criteri generali, da una commissione di cui faceva parte anche un noto sindacalista tufese della Cgil, Michele Genovese; il criterio fondamentale fu quello del licenziamento dei cosiddetti “doppioni”(5).
Tra gli anziani, c’è chi giura di aver sentito festeggiare in una casa del paese durante il passaggio del feretro di Antonio Zuzolo.
Sulla cause di quella sciagura, che divise in due la storia ultracentenaria delle “Miniere di Marzo”, a distanza di oltre cinquant’anni, ancora non si è fatta piena luce.
Diverse e a tratti contraddittorie le tesi dei minatori testimoni della tragedia, una nebbia della memoria dovuta soprattutto al fatto che l’incidente si sviluppò nel sottosuolo e, quindi, nessuno assistette in prima persona all’errore umano da cui scaturì la combustione.
Due, comunque, le ipotesi più diffuse e attendibili: secondo una delle tesi, la causa scatenante dell’incendio sarebbe attribuibile ad un giovane operaio di Torrioni che, sceso in galleria per lo svolgimento di ordinarie mansioni, avrebbe appoggiato una lampada, usata per farsi strada lungo il buio labirinto delle miniere, ad una parete con minerale di zolfo, andandosene poi, a lavoro completato, senza accorgersi della piccola macchia gialla lasciata a bruciare sulla parete; secondo l’altra ipotesi, invece, il tragico errore sarebbe stato commesso da due di quegli stessi tre minatori coinvolti nel susseguente incendio, questi infatti, nel ricollocare nella giusta posizione un carrello rovesciatosi sui binari, avrebbero appoggiato la lampada alla parete, senza rendersi conto di aver dato il via ad una combustione.
Nessuno sarà mai in grado di far luce su quegli attimi fatali, che segnarono la storia di un’azienda e, ancor più tragicamente, quella di tre umili operai, ritrovatisi intrappolati in un inferno di fumo, fiamme e zolfo mentre cercavano di “guadagnarsi il pane” lavorando duramente a decine e decine di metri nel sottosuolo; nessuno sarà in grado né interessato a far luce su un incidente di oltre cinquant’anni fa, ora che tra i ruderi di quelle miniere non risuona che il silenzio.
Quella giornata sopravvive però nella memoria di chi la visse, dei minatori terrorizzati che cercavano di salvare i propri compagni, delle donne e dei bambini che, avvisati dall’allarme corsero dinanzi ai cancelli sbarrati della miniera, pregando, piangendo, sperando che in quel cunicolo di fuoco non fosse rimasto intrappolato il padre, il marito…
Da quel maledetto incendio, però, emersero anche le mille contraddizioni latenti nella vita di uomini che lavoravano braccio a braccio, sotto terra, da anni: un odio così radicato da rendere immuni ad un dramma tanto grave contrapposto all’amicizia più sincera, un tipo d’amicizia nata tra i cunicoli, dove non c’era altro da dividersi se non la fatica,la fame e i sacrifici.
Tutto questo venne fuori da quell’incidente lavorativo e, su tutto, i minatori porteranno per sempre nelle loro memorie il gesto di quei ragazzi che, pur di non condannare ad una morte certa e terribile i loro compagni di miniera, preferirono rischiare la propria vita.
Note
1)Veniva definito “arganista” l’addetto all’argano, strumento che regolava le corse dei carrelli.
2) Prima dell’avvento del telefono in miniera, per le comunicazioni con il sottosuolo si usava un “martelletto”, consistente in un filo di ferro filato alla cui estremità, all’imbocco della galleria, era appeso un pezzo di ferro o una ruota di carrello. Quando il filo veniva tirato, il pezzo di ferro batteva contro un altro pezzo di ferro appeso al muro e suonava. Esisteva un codice per le comunicazioni attraverso tale apparecchiatura: un colpo indicava la richiesta “mandare giù il carrello”; due colpi “tirarlo su”; tre colpi “fermarlo”.
3) Sulla causa scatenante dell’incendio, come si spiega successivamente nel testo, esistono tutt’oggi due tesi.
4) Esiste un’altra versione nella ricostruzione di questo momento: Giuseppe Campanile sarebbe uscito per primo dalla galleria attaccato ad un carrello, Antonio Zuzolo e Giovanni Guerriero, invece, sarebbero tornati in superficie in un secondo momento, anch’essi aiutandosi con un carrello.
5) Venivano definiti “doppioni” i minatori membri dello stesso nucleo familiare. In linea di massima l’azienda licenziò i figli lasciando al proprio posto i padri.
Bibliografia
¶ G. TROISI, L’oro di Tufo, Ed. Arturo Bascetta, Luglio 2003
¶ C. VALENTINO, Le miniere di Tufo, la città sotterranea, Ed. De Angelis, Settembre 2001
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